Senza ricordi

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Il vento sferzava sulla fredda barriera e non c’era niente a proteggere quei corpi sanguinolenti trascinati dai kvez ¹. L’ultimo dei cavalli a sei zampe aveva esalato il suo respiro finale a pochi metri di distanza dall’altro ed il ghiaccio stava bruciando le carni vive dei cinque che per un tempo infinito erano stati trascinati, forzatamente legati per una caviglia, con i vestiti logori e consumati dal doloroso viaggio.

Agymi fu il primo ad aprire gli occhi, l’omone balcano aveva una naturale resistenza e la sua forma fisica, molto migliore di quella del cronista, gli dava un netto vantaggio in quella terra inospitale. Guardava i suoi compagni, intontito dal freddo e dal dolore della pelle viva cicatrizzata dal ghiaccio. Li guardava conscio che erano i suoi compagni ma inebetito e rallentato dai tanti giorni senza cibo o acqua.

Kalika non era mai stata così a nord ed i racconti sulla barriera erano tutt’altro che leggende, non riusciva a sollevarsi dato che la carne oramai si era attaccata al pavimento gelato ed il dolore al basso ventre non le dava tregua. Aveva chiuso gli occhi solo pochi minuti prima, ne era certa ed ora il paesaggio era totalmente diverso.

Kryos, Sergei e Gorazd seguirono gli altri due nel risveglio, intontiti dal letargico vento congelante, desiderosi di abbandonarsi a quell’abbraccio mortale e totalmente lontani dal ricordare come fossero arrivati lì, soprattutto perché erano attaccati a dei kvez stremati e morti.

I cinque non si preoccuparono di trovare subito una risposta dato che la priorità ce l’aveva la loro sopravvivenza. Una nave, incagliata nel ghiaccio forse poteva ancora essere utile alla loro causa. Se chi li avesse legati lo avesse fatto per farli fuori, ora aveva firmato una condanna a morte, lenta e molto dolorosa: la propria. Kryos aveva già visto navi mercantili di questo tipo, erano in alcuni scritti delle Cronache del Mare e sapeva che, pur non essendo molto grandi, le cabine centrali li avrebbero tenuti riparati ed al caldo. Il giovane balkano, rinvenne alcune coperte, alcuni pezzi di vetro e metallo, tubi e tutto ciò che poteva bruciare. I piccoli fornelli avrebbero riscaldato l’ambiente a sufficienza per non farli morire di freddo. Sergei spiava il cronista mentre si guardava una strana scritta sull’avambraccio, sempre troppo flaccido per un ricercatore dell’ignoto pensò, mentre Gorazd non poteva fare a meno di fissare il corpo snello e slanciato di Kalika, una bellezza mozzafiato per ogni canone, sperava davvero che un giorno l’avrebbe potuta possedere oppure che un giorno sarebbe potuto essere uno dei suoi tanti uomini, un desiderio che si spense veloce quando Sergei ed Agymi decisero che osservare il posto dall’alto li avrebbe aiutati ad orientarsi.

Staccarono ancora un pezzo di carne del kevz che non poteva più essergli così d’aiuto come succedeva nelle inospitali terre del Borca ma almeno era commestibile e la sua pelle ed il grasso, soprattutto, sarebbe stato funzionale ad isolarsi dall’esterno.

Salirono fin sulla cabina di manovra, lì la desolazione si eresse come un bastione degli Hellvetici. Il cielo grigio-bianco si univa a formare un’unica entità con il terreno ghiacciato e mentre Kryos tentava di riportare alla luce una vecchia scatola nera dall’interno del quadro comandi, Agymi aveva individuato le loro tracce di sangue e qualcosa molto in lontananza nella stessa direzione, anche se più ad ovest.

Il concilio degli sventurati, così si battezzarono per quel momento buio, convennero che dovevano trovare più cibo, un riparo più sicuro e soprattutto armi e vestiti e che, almeno a vista, quanto trovato dal conquistatore era il massimo di ciò che quel lugubre posto aveva da offrire.

Il vento sferzava forte quella mattina, il sole non sorgeva ne tramontava, poteva essere solo più crepuscolo o più alba ma niente di più. Il vento soffiava e muoveva le vesti di Kalika mentre si accarezzava una ferita sul basso ventre, una ferita che sapeva non esserci stata prima di 6 mesi or sono. Sergei continuava ad osservare grazie al pezzo di metallo riflettente lo strano tatuaggio che aveva sul petto. Un disattento l’avrebbe decretato come uno spitale ma un arguto quanto attento osservatore lo avrebbe identificato come sconosciuto. Gorazd stava cercando di ricordare come mai avesse contratto un nuovo debito, un nuovo dente d’oro era comparso nella sua bocca e perché Agymi avesse quello strano piercing sul capezzolo.

La nave era oramai distante, il puntino all’orizzonte era ancora molto lontano e le tracce del loro stesso sangue andavano via via sbiadendo ad ogni nuovo passo. Il freddo ed il vento non smettevano di martellarli e la speranza, via via andava sciogliendosi.


¹) Lo Kvez è un cavallo da soma mutato al punto da avere 6 zampe. E’ un anima molto forte e resistente, con una spessa pelle grassa. Docile e infaticabile. Pochi sono i piccoli di Kvez che nascono vivi e per questo, vengono tenuti in altissima considerazione quei pochi che riescono a crescere.