Allucinazioni mortali

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Londium era a pochi chilometri di distanza oramai, il ghiaccio l’aveva ricoperta quasi completamente ed il vento era divenuto forte e gelido al punto che gli arti all’ estremità erano divenuti insensibili. Con l’MPV oramai fermo ed inservibile, l’unica via di sopravvivenza per Gorazd e gli altri era quella di spogliarlo degli oggetti utili e dirigersi a piedi nella città che li stava chiamando. Kalika, Sergej e compagni presero quanto più poterono ed iniziarono ad imprimere nel pavimento gelato i loro passi, sforzandosi di restare uniti, vigili ed attenti ai suoni dichiaratamente minacciosi.

La piccola casa, il cui ultimo piano ed il tetto spuntavano dal suolo, sembrava il rifugio più adatto per ripararsi. Poco dei piani inferiori era accessibile, se non giusto una scala congelata per metà. L’interno con il gelo delle pareti è stato valutato come peggiore dell’esterno se il vento si fosse incanalato tra le fessure e per questo la spedizione decise di accamparsi sul tetto, con una barriera formata dal parapetto rimanente e con i pochi resti dell’MPV che sono stati in grado di smontare.

Con un Agymi nel primo turno di guardia e l’unico ad aver sentito il vento grattare il gelo, la notte passò rapida ed il riposo, per quanto al freddo, fu comunque un sollievo per tutti. Issatisi pacchi e zaini ed avvoltisi in diversi strati di stracci proseguirono verso la città vicina. I rintocchi della torre dell’orologio rimbombavano nella vallata in cui sembrava essere caduta la Londium del comunicato radio. Un fiume inesistente, esalazioni e fumo si sollevavano dai tanti palazzi erosi dal tempo. Macerie e grida strazianti provocate dal vento rimbombavano ovunque e con l’attenzione che solo un cacciatore poteva avere, il gruppo formato da Kalika, Sergej, Gorazd e Kryos seguiva il caro Agymi.

La città sembrava più calda, un calore ristoratore per chi aveva affrontato un viaggio deleterio eppure le fitte da congelamento alla testa che alcuni provavano, non migliorarono. L’emicrania rese Gorazd, Sergei e Agymi inermi per diversi secondi, si fermarono con gli occhi vitrei proprio mentre la città si apriva pericolosa davanti a loro. Kalika li guardava esterrefatta insieme ad un attonito Kryos. I minuti passavano ed i loro corpi si stavano raffreddando come fossero morti per poi risvegliarsi con un profondo respiro.

Rinsaviti, i tre raccontarono alla donna ed al cronista di una cassa che tutti insieme stavano trasportando fuori dalla città, che furono attaccati da strane creature mentre la difendevano per poi tornare lucidi nella morsa della città. Ricordarono alcuni edifici, delle strade, un piccolo parco ma al cronista nessuno di questi dettagli permise di associarli a Londium, forse era solo per via dell’evento e della scarsa lucidità. Non era molto chiaro quel flashback ma la certezza era che fossero sulla strada giusta per riappropriarsi dei propri ricordi.

La città era immersa nel silenzio degli spruzzi di vapore, nebbia e poco altro. Gli odori forti e di morte, oltre che di gelo, riempivano le loro narici. Vicolo dopo vicolo abbassarono sempre di più la guardia da eventuali agguati non curanti che occhi assetati di sangue si muovevano nell’ombra pronti a divorare le prede ignare. L’ennesimo vicolo, l’ennesimo incrocio, l’ennesima strada. Tutto sembrava uguale e diverso allo stesso tempo, ma erano certi di avvicinarsi all’obiettivo. L’orologio della città, l’enorme colonna che si vedeva fin dai confini della stessa non era più molto distante e con un passo più veloce entrarono nella trappola ordita dalle bestie.

Quattro massicci mostri ricoperti di ghiaccio, brina e dagli artigli mortali li avevano presi alle spalle ed altri quattro erano comparsi dalla parte opposta. L’odore della carne aveva richiamato queste fameliche creature dai ghiacci esterni alla città, fin dentro un luogo caldo, per quanto comunque inospitale.

Agymi e Sergei, i primi della fila restarono a guardare le bestie avanzare cercando di capire se vi fosse un capobranco. Kryos ricordò di aver letto qualcosa in un annuale di queste creature e ricordava che fosse un branco matriarcale con la femmina di molto più grossa dei maschi. Nel tempo che il cronista riuscì a formulare il pensiero e a riferirlo, l’assalto ebbe inizio.

Uno dei lupi si gettò verso Gorazd messosi di fianco ad Agymi dopo aver fatto un passo di lato per prepararsi ad affrontare il capobranco. Il Balkhan cercò l’arma ma i mostri furono più lesti saltandogli addosso con forza ed addentandolo sugli arti e sul busto. Mentre le mandibole dei suoi aguzzini laceravano carni, rompevano ossa e masticavano organi, trovò la lucidità di infilare nelle fauci di quello più pericoloso il suo fucile, facendo poi fuoco e ritrovandosi parzialmente ricoperto di detriti di ghiaccio, materia grigia e sangue.

Lo spitaliano si mosse invece prima dell’unico avversario che volle affrontarlo e fu così rapido e preciso che la sua lancia penetrò nella gola del mostro fin dentro il ventre e con lo scatto a ventaglio delle lame questo venne tagliato quasi a metà. Mentre l’amico veniva scaraventato a destra e manca procurandogli ferite gravi, dalla parte opposta Kalika veniva divorata letteralmente da uno dei lupi. Ci volle il folle intervento del cronista mosso dall’isteria più pura a far allentare la presa con colpi di coltello arrugginito alla gola ed al collo del mostro. Carne, ghiaccio e sangue che si riversavano sul pavimento cercando di ammazzare una creatura che non voleva saperne di morire. L’altra, mentre il Cronista era sotto gli effetti di un’adrenalina disarmante, fu presa di mira dalla donna riversa a terra con un paio di colpi ben assestati di sua pistola. L’energumeno balkhano, scartò di lato, si volse al grido della donna e del cronista per poi spaccare il cranio della bestia con un colpo ben assestato della sua ascia. Un’arma brutale quanto funzionale in situazioni del genere. Un suono lontano, impercettibile all’orecchio umano e coperto dalle ossa rotte, fece si che gli enormi mastini invernali nonostante avessero a disposizione mole, velocità e vittoria, si ritirassero.

Feriti, ma vivi, si cercarono riparo in uno dei palazzi. Sporcizia e funghi avevano infestato ogni anfratto della città ricoprendo ogni oggetto. Le scale e l’accesso alle terrazze non furono certamente da meno. Conquistata la terrazza con il vento forte e gelido che soffiava da nord, la città era immersa nel silenzio. Qualche ululato lontano, qualche ringhio o rumore metallico, qualcosa che veniva trascinato sull’asfalto. Ogni tanto qualcuno di questi rumori spezzava il sibilo del vento tra le feritoie nei palazzi ma il loro obiettivo era ben chiaro: raggiungere il palazzo più elevato per osservare meglio la città. Saltarono di tetto in tetto, di terrazzo in terrazzo fin ad arrivare sulla torre dell’orologio. Dall’interno, la scalarono superando quelle poche difficoltà che il tempo e l’incuria avevano messo contro di loro e quando giunsero finalmente in cima l’orrendo spettacolo si presentò in tutta la sua brutalità.

La città, che fino a pochi istanti prima era qualcosa di cui avevano letto, venne sostituita da tutt’altro. La lucidità delle loro menti fu sempre più predominante rispetto a quello che avevano respirato a terra. L’altezza e la lontananza dalle spore a terra li aveva fatti rinsavire.

Londium, o meglio quella che credevano Londinum non lo era affatto. I palazzi erano più avanti tecnologicamente parlando, la città era più vasta e la depressione in cui versava la città non era stata generata da un terremoto ma sembra più da impatto. Una città ricoperta di funghi al secondo stadio quello che gli spitaliani identificavano come l’inizio della follia. Le spore sarebbero state mature da lì ad un mese e con il vento a quella forza proveniente soprattutto da nord, ogni paese civilizzato che con tanta fatica il genere umano aveva ripreso non sarebbe durato a lungo. Mille domande riempirono le teste del gruppo di esploratori e poche o nessuna erano le risposte.