La notte di Saturno

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Albatia era intenta a seguire una pericolosa procedura di mescola quando qualcuno vibrò dei leggeri colpi alla porta. Raramente riceveva visite ed oggi ancor meno erano aspettate. Posò gli arnesi di terracotta, strofinò le mani sulle vesti già insozzate di erbe pressate ed andò a vedere chi la desiderasse. Il giovine era vestito di una tunica semplice eppure il blasone imperiale era in bella vista sulla spallina, esattamente come i due pretoriani che gli facevano da scorta non molto lontano. Il ragazzo consegnò una missiva alla donna e corse via. Contemporaneamente, anche Caeso, Septimus, Cantia e Aulus ricevettero il loro personale messaggio in diverse zone della città. Poco importava dove fossero o cosa stessero facendo, i messaggeri imperiali avevano consegnato le missive ai diretti interessati ed ora non restava che recarsi sul luogo dell’appuntamento.

Anfiteatro Flavio

Il sole non era lontano dal nascondersi dietro i colli e le luci delle torce che illuminavano l’anfiteatro si stavano accendendo prima che il buio avesse avvolto ogni cosa. Alcuni pretoriani erano sulle porte dell’ingresso imperiale, l’unico accesso per le stanze dedicate all’Imperatore e ai suoi ospiti e così, una volta lì, i cinque mostrarono ognuno il proprio sigillo.

Il lungo corridoio era adorno di vessilli, bandiere e doni arrivati da ogni parte dell’impero, un leggero alito di vento li muoveva con dovizia e le luci delle torce creavano ombre sinistre e spettrali. Due guardie erano appostate davanti la porta e mentre le altre due si mettevano alle spalle degli ospiti con una mano sulla propria arma, uno perquisiva i presenti enunciando che l’incontro sarebbe stato privo di ogni veste. A valle dell’accettazione di ogni invitato, le porte si spalancarono e la penombra della stanza oltre le stesse tremò quel tanto da mostrare tre spettri vicino ai lunghi divani.

Caeso ed i suoi compagni vennero spogliati dei loro vestiti mentre l’eunuco li riponeva con perizia sul mobile orientale di fianco l’uscio. La piccola pezza bagnata rinfrescava i corpi dei presenti e le poltrone lunghe furono il teatro della conversazione nella leggera luce proveniente dall’esterno. L’imperatore era seduto su un piccolo scranno con le teste d’aquila ai poggiapolsi mentre i suoi due figli erano in piedi al suo fianco. La voce forte, rimbombava in quella stanza adorna di poco mobilio ma mozzafiato per qualità e bellezza. L’imperatore era impressionato dalle gesta e dal modo con cui uscirono illesi dall’agguato nella taverna e di come avessero colpito il suo uomo con il giusto sospetto di tradimento. Complimentatosi con i presenti, lasciò la parola ad Antonino, colui che avrebbe preso il suo posto. L’uomo, spiegò le ragioni di questa convocazione così particolare e in così gran carriera ma le vicissitudini cui erano incappati erano troppo avverse e pericolose tanto per il padre, quanto per i figli e per l’impero tutto. L’oggetto che Caeso stava proteggendo era qualcosa di così prezioso per i tre da richiedere massima segretezza e l’accesso alle forze ordinarie non era possibile e, quelli convocati, erano gli unici con un legame diretto con figli ed imperatore da non tradirlo per un pugno di sesterzi. Il Cartiglio di Adriano è ad oggi qualcosa che andava recuperato ad ogni costo e fu spiegato loro che era un cilindro di grosse dimensioni seppur non troppo pesante. Esso, rappresenta l’Aquila Imperiale, l’Impero, l’Imperatore ed ogni membro dello stato. Lucio, il secondo, non si sbilancio più del fratello e presentò a Septimus e gli altri gli inviti per la Domus Selva. Inviti ad personam che gli avrebbero consentito l’ingresso alla festa più esclusiva e segreta ed altrettanto perversa della città.

Albatia, Cantia, Aulus, Caeso e Septimus presero i loro inviti, conclusero quell’evento inaspettato con qualche domanda e tutti si ritirarono aspettando la notte per cercare le informazioni utili a recuperare il Cartiglio di Adriano. Un oggetto che poteva cambiare le sorti dell’impero e che fu trafugato sotto gli occhi del legionario.

La Domus si presentava come una villa patrizia di elevata importanza in una zona della Suburra praticamente invisibile senza addentrarsi tra i vicoli sudici, puzzolenti e marcescenti. Un luogo ucronico rispetto al resto eppure reale. La gradinata, accessibile dopo aver varcato un grosso portone in legno massiccio si presentava in tutta la sua bianca bellezza marmorea, la piccola piscina oltre il colonnato era ben visibile non appena superate le schiave dedicate alla raccolta di oggetti non desiderati dato che, nonostante la lascività della sera, era sempre una festa tra nobili e rispettose personalità.

Caeso si guardava intorno alla ricerca di volti che potevano dargli qualche suggerimento ma essendo tutti celati da maschere, punto sulla fisicità. Un gruppo di uomini parlottava tra loro ed uno di questi si accorse dello sguardo indiscreto del legionario chiamandolo successivamente con un gesto. Caeso non si lasciò sfuggire l’occasione di parlare con qualcuno e memorizzarne la voce, per quanto alterata dalla maschera. I quattro conversarono di poche e frivole cose quando Marcus Pluvicus chiese quanto prestante fosse il legionario scommettendo con i suoi compagni diverse decine di sesterzi. Il legionario non mostrò il rossore delle gote prestandosi al gioco proposto: far sua una schiava e durare il più possibile. Il legionario così prese la donna come gli veniva richiesto, in ogni modo suggerito e con l’orecchio teso alle chiacchiere dei tre che si stavano divertendo ed alle volte trastullando delle performance dell’uomo.

Aulus si tenne in disparte seppur diverse donne patrizie lo osservavano con desiderio. Un gladiatore era riconoscibile per le numerose ferite e per una fisicità che nessun patrizio romano potevano anche solo immaginare e le donne ardevano dalla voglia di farsi possedere ma non era ciò che l’uomo voleva. Restò in disparte, sempre all’ombra del colonnato, muovendosi con circospezione. Fu questa sua forza di volontà a tenerlo lontano dalla tentazione della carne che veniva consumata in ogni luogo e modo e fu questa sua forza di volontà a dargli l’opportunità di carpire informazioni. La donna che montava lo schiavo sotto di se, si stava lanciando in elugubrazioni pesanti, dove il tradimento era all’ordine del giorno e che Roma sarebbe caduta proprio perché non vi era più la volontà di seguire l’imperatore. La dea Diana Nemorense, gridò, non solo era dalla sua parte e del marito ma dalla parte di tanti nella Roma patrizia e ciò avrebbe portato il potere nelle giuste mani. Quest’ultima parte, anticipò i gesti della donna mentre accoglieva il membro del suo schiavo e ne godeva della sua passione.

Septimus seguì entrambe le orme dei suoi due compagni, giacendo con una donna dalla maschera di Eva ed ascoltandone i racconti. Septimus aveva un orecchio fino e non erano i folli insulti della donna nei confronti nell’incapace e poco dotato compagno, confrontando quelli del ladro sotto di lei, ma furono quelli degli amanti a loro vicino ad attirarlo. Il godimento e la voracità della donna non erano certamente un vantaggio per quanto piacevole e si perse in spinte vigorose nei momenti forse di informazioni importanti ma tra tutte un nome spiccò forte e chiaro: Calidia di Tertia. Un nome che aveva già avuto l’opportunità di ascoltare, lo stesso della donna che era poco avanti a loro all’ingresso, una donna che di lì a poco si sarebbe dimostrata un problema da risolvere.

Cantia fu tra tutti l’ultima ad entrare nella festa avendo scelto la maschera di Vesta stava osservando tutte le persone cercando di riconoscerne qualcuna, sfruttando soprattutto la sua conoscenza dei corpi con cui ha giaciuto. Un uomo statuario, dal fisico possente e dalla virilità pronunciata, solcò il marmoreo pavimento fino a raggiungerla sotto gli archi. Il profumo di miele e rose di cui era ricoperto il corpo avvolse le narici della donna estasiandola. Raramente qualcuno le procurava tanto desiderio, forse per la sua mansione nella Casa di Geminia, forse per il suo passato. L’uomo, con dolci parole che annebbiarono l’intelletto fino della meretrice, la condusse a varcare le soglie di una stanza privata adorna di pochissime fiaccole ed un letto di pregio con petali adagiati sopra. Le forti braccia di lui le cinsero la vita e con lenti movimenti portava via la veste bianca in cui si era infilata. Il fiato mancò ad entrambi in ogni attimo, da quando lui la mise delicatamente sul letto a quando lei gli teneva la sua mascolinità tra le proprie grazie. Momenti di silenzio si alternavano a momenti in cui le parole erano frivole a momenti in cui l’importante, per la meretrice, era carpire informazioni. Marcus Lide di Capua, questo il suo nome, era padrone di quella serata insieme alla sua conserte spirituale Dacia Numeria. Padroni della serata e forse della Domus che ospitava l’evento e chissà di cos’altro ma alla donna, non più meretrice per quei lunghi ed intensi minuti, non importava perché le doti fisiche ed amatorie di lui erano oltre ogni aspettativa. Ogni bacio, ogni carezza, ogni movimento erano puro idillio ed il tempo scorreva fin troppo veloce e fin troppo malevolo.

La festa era giunta al suo termine, con gli ospiti che avevano goduto di quanto offerto dalla casa ed avevano donato ingenti somme di denaro tra sesso, bevande nettarine e favori. Fu alla porta, durante il recupero dei propri averi che i quattro iniziarono a scambiarsi, sotto voce le informazioni e Caeso, in un momento di estraniazione colse un particolare che prima di allora non aveva collegato. La donna di cui Septimus aveva goduto, stava indossando un anello con tre linee verticali, un anello la cui effige era molto più nitida di quanto fin’ora avesse avuto modo di vedere e che, Caeso, ricollegò ai fatti in cui il suo operato fu messo in discussione. Quella notte, i seguaci di Diana Nemorense attaccarono il piccolo contingente del legionario e si appropriarono del cartiglio ed ora, quella donna stava per scomparire tra i sudici vicoli della suburra.