La caduta di Vossevan

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Sei mesi, sei lunghi mesi erano passati dalla loro cattura e otto dalla prima spedizione. Bradius cercava di trovare, ogni giorno, un nuovo motivo per non piantarsi il coltello da intagliatore nella gola ma poi guardava il suo compagno di cella, Nadar, intento a smantellare oggetti strani e diceva che forse sarebbero potuti uscirne in qualche modo. In quei sei mesi, i due si erano domandati spesso perché venissero tenuti in vita. Si domandavano perché veniva portato loro cibo e oggetti da analizzare o scolpire. Perché gli venivano elargiti dei premi pur non facendo niente nelle 20 ore di cui avevano memoria. Si, perché per 4 ore la loro mente smetteva di funzionare. Non c’erano orari ben definiti o specifici momenti della giornata ma sapevano che avvenivano nello stesso momento ad entrambi e quelle 4 ore, oramai da 6 mesi, restavano un dubbio. Nadar sistemava un piccolo cilindro, probabilmente più vecchio dell’Eshaton, e Bradius intagliava un piccolo corno di Gafr mentre un fremito del terreno cambiò le sorti di tutto.

Fuori, Kryos aveva la testa fracassata, tagliata in due dalla possente scure di uno psiconauta. Questi stavano già masticando il suo corpo quando il sorriso morto dato semplicemente da riflessi incondizionati si stampò sul suo volto. Gli assalitori, non compresero mai cosa li aveva uccisi.

L’esplosione mise in allarme Kalika e gli altri che partirono alla ricerca dell’amico mentre Bradius e Nadar, ignari di quanto era appena accaduto, muovevano i loro primi passi fuori dalla loro cella dopo sei lunghi ed estenuanti mesi. I segni di un’esplosione c’erano tutti, arti e macerie tutt’intorno. Un braccio con un tatuaggio, una vecchia scatola nera, una vecchia radio a valvole. Tutte cose sparpagliate e miste a sangue ed interiora. Lo Jehammedian rovistò in giro cercando qualche indizio e lo Scrapper recuperò i due oggetti tecnologici che mancavano nella sua collezione, poi, troppo esposti decisero di togliersi dalla bella vista.

L’apocalyptic africana fu la prima ad arrivare a guardare quello scempio, Agymi che le era subito dietro scosse la testa in segno di disapprovazione per il gesto avventato ma felice che almeno la morte del loro compagno fosse giunta col botto. Sergei e Gorazd giunserò qualche attimo dopo. L’energumeno spitaliano era visibilmente schifato dal vedere il fungo infestare quella città con effetti devastanti sulla psiche di Kryos ed iniziava a pensare che l’immunità fosse solo temporanea o, quanto meno, una lunga esposizione avrebbe intaccato anche loro. Il clanner aveva individuato una traccia diversa dal solito, impronte fresche lasciate nella neve che non appartenevano ai mostri incontrati fino a quel momento ne tanto meno a lupi invernali. Le seguì, Gorazd stava raccogliendo i pezzi del cronista per diventare una sua immagine riflessa quando dall’angolo Bradius e Nadar si palesarono.

I due sembravano in ottima salute, meglio di quanto Sergei potesse immaginare. Li avevano perduti sei mesi prima, quando la loro missione, quella di distruggere quella città, fallì. I due avevano la memoria ben salda rispetto alle vacue immagini degli altri. Mentre l’apocalyptic cercava di prendere il posto del cronista, Bradius e Nadar raccontarono di quanto era accaduto e tutto divenne più chiaro.

Vossevan andava distrutta. Le enormi scatole che avevano portato “in dono” erano esplosivi ad alto potenziale in grado di frantumare il sottosuolo e far sprofondare quella città infetta. Loro erano l’unica speranza delle nuove genti di questa fetida terra, una selezione su migliaia di candidati durata mesi, mesi che hanno permesso alla città di crescere, al fungo di diventare pericoloso e la gente ancora più ignara di una possibile morte che li avrebbe attesi. Le procedure erano dolorose, lunghe e per nulla scontate. Il piano, ora era di nuovo chiaro. Distruggere Vossevan e farlo in fretta. Il fungo avrebbe rilasciato le spore tra meno di un mese e ciò sarebbe stata la catastrofe che non potevano permettersi.

Radunarono le proprie cose, pronti a lasciare quel luogo quando Agymi si accorse di essere osservato. Alzò lo sguardo per primo, gli altri seguirono i rumori gutturali provenienti da davanti e alle loro spalle. Quei mostri psiconauti non li avevano lasciati nemmeno per un secondo e l’esplosione ne aveva attirati solo altri. Oramai erano compromessi.

Agymi si gettò contro i primi due mostri che gli si pararono davanti. Un fendente orizzontale lo schivò per un soffio mentre il secondo non ebbe la medesima bravura e l’arma impugnata gli si conficcò nel costato. Non perse però l’occasione, quello che aveva osato colpirlo era TROPPO vicino per lasciarlo andare e colpì a sua volta. Un colpo così forte che il cranio del suo aguzzino di frantumò in mille schegge d’osso.

Gorazd e Sergei sfruttarono uno le peculiarità dell’altro ed il primo spinse il secondo contro i mostri, certo che la mole lo avrebbe salvato. Lo spitaliano seguì il movimento e la sua lancia saettò contro il petto di uno dei suoi avversari ferendolo solo marginalmente. I colpi tra lui e i suoi due avversari si spensero solo con molte ferite sul massiccio corpo del Pollen ed un psiconauta morto e l’altro con un arto in meno.

I due vecchi compagni, Bradius e Nadar si unirono alla lotta nonostante le loro inutili armi eppure lo Scrapper sembrava trovarsi a suo agio con il sangue che scorreva copioso, con i forti rumori di ossa rotte e le grida di dolore. Il prescelto Nadar era quello messo peggio con un fucile inceppatosi troppe volte e con un solo morto all’attivo ma un braccio fracassato e due costole incrinate.

Kalyka, era rimasta ferma. Il terrore nel vedere così tanti psiconauti e la certezza che tra di loro poteva esserci … la sua mente ricacciò indietro quel doloroso e tremendo ricordo e saettò un attimo troppo tardi verso l’arma. Uno di quei mostri gli era già addosso e le ferite che aveva subito in precedenza non erano certo guarite per miracolo. La gamba sanguinava copiosamente ed il suo sangue iniziò a mischiarsi con anche la materia grigia del suo avversario.

La danza della morte che quei mostri avevano messo in atto li stava portando inesorabilmente verso la morte. Bradius non aveva più fiato, Sergei aveva perso la sua arma spezzandola in un impeto di furore e di spirito di sopravvivenza, Nadar aveva finito i suoi giorni con il cranio tagliato in due dalle pesanti armi di quei mostri, Kalyka con il ventre squarciato e le gambe dilaniate si stava aggrappando Agymi dopo che lo stesso aveva affrontato uno di quei mostri mozzandogli il cranio con un solo, singolo, colpo e sfondando la testa del secondo stringendola tra le braccia e facendolo schiantare contro l’angolo di un palazzo.

Gorazd fu quello che lasciò i suoi compagni. Corse, corse a perdifiato dopo che i racconti dei due ex compagni gli avevano fatto tornare la memoria. Corse sapendo che il domani non ci sarebbe potuto essere e che era intenzionato a non averlo ne per lui ne per i suoi compagni ma che certamente lo avrebbero avuto tutti quei compagni lasciati indietro, nella sua terra natale.

Quando l’ultimo angolo fu superato, un fascio di luce illuminava la cassa come un segno divino. Il cuore batteva all’impazzata, non c’era più fiato nei suoi polmoni eppure doveva ancora percorrere quei cento metri sapendo che le bestie erano alle sue calcagna e che, forse, sarebbe stata una corsa vana.

Lo sentiva il fiato sul collo dei mostri, sentiva respirare il fungo tutt’intorno a lui mentre le mani tremanti osservavano il tastierino numerico. Sapeva cosa doveva fare. Le bestie correvano, veloci, volevano a tutti i costi impedirgli di completare la sequenza ma quando il dito dell’apocalyptic presse l’ultimo dei tasti tutto divenne buio.

Bradius, Kalyka, Sergei, Agymi e Gorazd furono investiti da un suono così acuto che le loro orecchie sanguinarono e la terra tremò così forte che non riuscirono a restare in piedi. Vossevan sprofondò lasciando il passo ad una nuvola di detriti, polvere e grida di dolore che niente fu più come l’attimo prima.

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